La bellezza del sentirsi stupido

Era tardo pomeriggio quando, chiacchierando in uno Starbucks con Erwin, il mio amico olandese, ho realizzato che spesso mi sento davvero stupido, e la cosa mi rende felice.

Mi spiego meglio, dato che così sembra una grande idiozia. Il mio punto di vista è che quando passo del tempo con lui, con altri conosciuti durante l’Erasmus dello scorso anno o altri particolari amici, mi rendo conto di quanto poco io sappia su molti argomenti, primo fra questi la lingua inglese di cui ancora ignoro molti termini e sfumature. Sebbene in quei momenti mi senta un po’ stupido per non sapere di che cosa si sta parlando, tuttavia mi rendo anche conto che sto imparando qualcosa di nuovo e che la prossima volta quella cosa non la sbaglierò più oppure saprò di che cosa si sta parlando.

Perché, a dirla tutta, il fatto di poter aggiungere alle mie conoscenze piccoli tasselli di informazioni e cultura durante una semplice chiacchierata mi rende felice, come mi rende felice il fatto di avere amici che, nonostante le mie mancanze, mi aiutano a migliorarmi, e viceversa.

Con questo nulla voglio togliere a quegli amici a me molto cari che apportano alla mia vita altri tipi di conoscenze ed esperienze, comunque importanti per me e spero di fare anch’io la mia parte.

La bellezza del sentirsi stupido

Era tardo pomeriggio quando, chiacchierando in uno Starbucks con Erwin, il mio amico olandese, ho realizzato che spesso mi sento davvero stupido, e la cosa mi rende felice.

Mi spiego meglio, dato che così sembra una grande idiozia. Il mio punto di vista è che quando passo del tempo con lui, con altri conosciuti durante l’Erasmus dello scorso anno o altri particolari amici, mi rendo conto di quanto poco io sappia su molti argomenti, primo fra questi la lingua inglese di cui ancora ignoro molti termini e sfumature. Sebbene in quei momenti mi senta un po’ stupido per non sapere di che cosa si sta parlando, tuttavia mi rendo anche conto che sto imparando qualcosa di nuovo e che la prossima volta quella cosa non la sbaglierò più oppure saprò di che cosa si sta parlando.

Perché, a dirla tutta, il fatto di poter aggiungere alle mie conoscenze piccoli tasselli di informazioni e cultura durante una semplice chiacchierata mi rende felice, come mi rende felice il fatto di avere amici che, nonostante le mie mancanze, mi aiutano a migliorarmi, e viceversa.

Con questo nulla voglio togliere a quegli amici a me molto cari che apportano alla mia vita altri tipi di conoscenze ed esperienze, comunque importanti per me e spero di fare anch’io la mia parte.

Berlino-Amsterdam a/r

Uno dice “ma sì, sono a Berlino, in Germania. Facciamoci un giro per questa nazione“. Sempre invece si finisce con l’andare in altri stati, come se già ci si fosse annoiati di quello in cui si è ora.

Ecco che cogliendo le mie conoscenze in Olanda (ovvero Erwin, conosciuto in Erasmus lo scorso anno) decido di farmi un finesettimana nella capitale dei Paesi Bassi, meglio conosciuta come città in cui si fumano canne a go go Amsterdam.

Le due capitali, Berlino e Amsterdam, sono ben collegate con il treno. Decido quindi di affidarmi a un notturno in modo da guadagnare tempo e arrivare il mattino calmo e riposato. Già, proprio così. Riposato…

Mai più prenderò quel treno: uno schifo. Scomodo, sporco e in ritardo. La Trenitalia Experience offerta dalla D-Bahn. Ho passato il viaggio a guardarmi serie tv sull’iPod che di dormire neanche a parlarne su quei cosi scomodi che chiamano “sedili comfort“.

Arrivo ad Amsterdam alle 11.15 circa, in ritardo di 75 minuti. Mi rimborseranno il 25% del biglietto visto il ritardo superiore ai 60 minuti, l’unica nota positiva. Dopo aver impiegato altri 10 minuti buoni per trovare i miei amici, finalmente esco dalla stazione e vengo accolto da una città molto particolare.

Amsterdam mi piace molto, ha quello stile particolare di relax e semplicità che si ripropone in tutto il territorio Olandese. Un sacco di stranieri, lì per un solo motivo, affollano le strade, ma sinceramente non arrecavano alcun disturbo, forse proprio per quel singolo motivo.

Già, oggettivamente le strade erano pervase dall’odore di canna che, comunque, è sempre meglio dell’odore di sigaretta. Erwin mi diceva che la legge sta cambiando e che, pian piano, i Coffee Shop stanno diventando dei circoli privati in cui puoi entrare solo se sei iscritto come membro, altrimenti nada. Ma per ora la legge non è applicata ovunque.

Quello che invece proprio non riesco a farmi piacere sono le ragazze in vetrina. Zero, mi fanno ribrezzo, ma non perché abbia particolari idee conservatrici e radicali, quanto perché il fatto stesso mi disgusta. Ma vabbè, forse hanno trovato il modo di risolvere così il problema della prostituzione.

A parte questi luoghi stereotipati, ho potuto fare un giro in barca per i canali di Amsterdam. Molto interessanti le case galleggianti e il fatto di vedere i cartelli “divieto di parcheggio” in mezzo all’acqua.

Avrei voluto vedere molto di più, ma purtroppo il tempo era davvero poco. Bè, una buona scusa per tornarci in futuro e starci più a lungo.

Alle 19.30 prendo il mio treno per tornare a Berlino. Questa volta è una cuccetta, pulita e comoda. Arrivederci Amsterdam, mi hai affascinato. A presto.

Coincidence, nothing else

Le mie decisioni degli utlimi due anni sono state fortemente influenzate dal caso, scelte prese in condizioni talmente particolari che, se solo quel piccolo evento non si fosse verificato, ora sarei qui a raccontare un’altra storia.

Ho sempre pensato che il destino non esiste, ce lo creiamo da soli. Lo penso ancora, ma penso anche che esista la possibilità che una semplice scelta cambi completamente la nostra vita. Nel mio caso due scelte hanno cambiato la mia vita e, sebbene non mi penta di averle fatte, spesso mi chiedo come sarebbe stato prendere l’altra strada. Sarei qui a scrivervi dall’estero? Scriverei ancora queste parole? Starei ascoltando “La Notte” dei Linea77?

Tutte domande a cui non avrò mai risposta, a cui non voglio avere risposta perché sognare su come sarebbe andata un po’ mi piace.

Una giornata piena

Piena di cosa? Di sfighe, è ovvio!

Svegliatomi alle 9.30, nel mio primo sabato berlinese, decido che è la giornata giusta per andare in giro a caso per Berlino e vedere un po’ la città. Non che non l’abbia visitata già in passato, ma rinfrescare la memoria fa sempre bene. Inoltre alla fine di ottobre i miei hanno intenzione di farmi visita, quindi devo prepararmi su dove andare e cosa fare quando saranno qui.

La giornata inizia bene, con la nuova moka acquistata per 13,99€ al Real che non ha affatto deluso regalandomi un buon caffelatte. Mi metto a cercare un po’ i posti dove poter andare e decido che la destinazione è Postdamer platz, da cui poi mi muoverò più o meno a caso alla scoperta di luoghi interessanti.

Guardo fuori ed è nuvoloso. Decido quindi di lasciare a casa gli occhiali da sole “tanto cosa me li porto dietro a fare?“. Tempo di arrivare alla fermata della metro e il sole in tutta la sua magnificenza decide di togliermi qualche diottria dagli occhi. Eeee vai con la sfiga #1.

Vabbè, siamo in metro intanto, il sole non c’è. Devo cambiare a Yorckstrasse e prendere l’S-Bahn. Già, IO DEVO, non la metro. Ed ecco che il cambio se ne va, mentre una simpatica insegna luminosa con scritto “idiota” appare sulla mia fronte. E siamo alla sfiga #2.

Nessun problema comunque. Scendo alla successiva, torno indietro, cambio, e arrivo finalmente a Postdamer Platz, quella che definirei la Milano Porta Garibaldi di Berlino. Appena uscito si trova un pezzo del muro di Berlino e, naturalmente, non posso non fare una foto.

Dopo averla scattata ripongo il cellulare in tasca e mi dirigo verso il monumento all’olocauso. Per controllare l’ora tiro fuori il cellulare e mi accorgo che, per sbaglio, l’avevo spento. Non realizzo subito la cosa, devo aspettare il momento in cui mi chiede il codice PIN. “Porca va**a! E chi se lo ricorda il codice della sim tedesca?“. Sfiga #3.

Torno a casa per prendere il PIN, non mi fidavo a stare in giro per tutto il giorno senza un cellulare funzionante. Torna, trova il codice, “Mi serviranno gli occhiali da sole stavolta?” – nuvoloso – “Ma no…“, esco. Sole che acceca. Sfiga #4. Recidiva per giunta. E si torna a Postdamer Platz.

Girovago per la zona, su e giù per le strade. Vedo cose interessanti, ma solo di sfuggita. In fondo deve essere solo un’infarinatura di cosa posso trovare nella capitale tedesca. Passando dal Reichstag ed Alexander Platz, prendo il 100 e mi dirigo a Wittenberg Platz, dove decido di nutrirmi da KFC. Ecco, la cassiera si è dimenticata di darmi la cannuccia. Aspetta che entro a prende… SPLASH! La mia Fanta, per terra. Tutti i santi del paradiso dietro di me a chiedermi che cavolo fosse successo. Gli spiego che è una giornata un po’ di merda e che quella era la sfiga #5. Mi capiscono e se ne tornano dall’Altissimo.

Continua la mia camminata, caffè di Starbucks in mano e direzione Zoo per dare un’occhiata a prezzi e orari passando davanti a una sfilza di negozi. Alle 17 sono stanco e decido di tornare a casa. Metro U9, cambio con la U7 a Berlinerstrasse. Sono ancora recidivo e ignoro bellamente la fermata distratto da immagini idiote su internet. E siamo alla sfiga #6. Cercata, anche questa.

In tutto questo non so ancora che fare stasera. Dato che le uniche persone che conosco qui sono via (sfiga #7), devo inventarmi qualcosa da fare. Forse passerò la notte in un bar tracannando birra e dichiarando amore alla bella barista che, la mattina dopo, realizzerò essere in realtà un simpatico ufficiale di polizia che mi ha sbattuto in cella durante la notte. Sfiga #8?

Ich bin in Berlin

Come avrete già capito da quello che scrivo sui socialcosi, ieri mi sono trasferito a Berlino. Il perché? Semplicemente mi è stata data la possibilità di trascorrere il mio tirocinio qui e, visto che di fare le cose normali non se ne parla, ho deciso di accettare.

Ora mi vedo però costretto a contraddirmi un po’ e a tornare indietro sulla frase precedente. Perché se lo scorso anno, quando sono stato in Finlandia 4 mesi per l’Erasmus, ero super eccitato da questa nuova avventura, ora il fatto di vivere all’estero per altrettanto tempo mi pare una cosa davvero normale, all’ordine del giorno, che non vale neppure la pena di dire in giro. La decisione è stata rapidissima, un mese prima della partenza, nessun particolare ripensamento. Come se mi fossi trasferito da Lodi Vecchio a Cernusco sul Naviglio. Più o meno.

Bè, alcuni dettagli sul mio soggiorno: ora vivo nella regione sud-est di Berlino, denominata Neukolln (con i due punti da qualche parte). Mi raccontava Guglielmo, il responsabile del mio tirocinio, che è una zona in forte crescita che è stata rivalutata nel corso degli anni. Lo prendo per buono. Lavoro a quattro fermate di metro (U7) da casa, circa 15 minuti in tutto per essere a Weserstraße 21, in un coworking space dove posso accedere 24/7 e avere caffè illimitato. In pratica, se alle 4:21 di notte ho voglia di farmi un espresso e non trovo un bar aperto faccio prima ad andare lì e farmelo da solo, gratis per giunta.

Berlino è una città strana, o la ami o la odi, nessuna via di mezzo. Il ricordo che avevo da quando sono stato qui nel 2007 è un po’ offuscato, ma comunque positivo. Voglio aspettare ancora qualche tempo per avere un parere completo della città, quindi stay tuned. Arriveranno di sicuro nuove storie e tante foto. Ok che lavoro, ma il tempo libero ce l’ho pure io, che diamine!

Mi è comunque capitato spesso, troppo spesso, nelle scorse settimane, di pensare alla Finlandia e davvero un po’ mi manca, forse più di quello che potessi immaginare. Una scena mi ritorna in mente: io in università, con i miei amici, fino a tardi per un progetto sfociato in quattro chiacchere, 7 di sera circa. Fuori è buio e osservo il paesaggio scorrere mentre il bus mi riporta a casa. Stanco per la giornata mi tuffo sul letto e sorrido: sono a casa.

Doping, scommesse e calcio femminile

Come diceva Vulvia su Rieducational Channel: “Lo sapevate?“… che sono iniziati i campionati mondiali di calcio femminile under 20? Ebbene sì, anche alle donne giocano a calcio. Curioso, no? In realtà è uno sport abbastanza strano, basato su strilla, tirate di capelli e “puttana!” gridato all’avversaria, ma a loro il calcio piace così, colorito.

L’italia ha già perso 2-0 contro la Corea del Sud nella gara d’esordio. Che tristezza. Purtroppo tutte queste emozioni sono state messe in ombra da due notizie sportive ben più eclatanti ma che di sportivo han ben poco.

Lance Armstrong, forse IL ciclista per eccellenza, ha deciso di smettere di difendersi dalle accuse di doping durante la sua carriera in cui ha, per ben 7 volte, vinto il Tour de France. Oggi ho letto un articolo di Stefano Benzi sul caso, e mi sento di approvare e condividere un pensiero in particolare:

All’epoca delle sue imprese Armstrong è sempre stato controllato ed è sempre risultato pulito. O i controlli non erano accurati, o i parametri non erano giusti. Ma se questo non era un problema di Armtsrong allora, non può certo diventarlo oggi.

Cioè: anche se in base alle regole attuali sarebbe risultato dopato come uno stronzo, se le quelle del tempo glielo permettevano, perché lamentarsi? Idioti voi che avete fatto quelle regole.

C’è poi il ben più seguito caso del calcio scommesse e di Conte. Oramai sembra che il caso sia solo lui. Nessuno parla più delle altre società, degli altri giocatori, dell’organizzazione mafiosa che girava intorno alle scommesse. Per carità, non dico di non  parlare di Conte, è giusto e doveroso, ma almeno dare le notizie complete o si rischia di far passare il tecnico della Juve come il capo di un sistema malavitoso del quale, per quanto posso leggere dalle prove, neppure era a conoscenza.

Ok, sarò di parte, ma com’è possibile che le accuse si basino solo sulle testimonianze di uno che si vendeva le partite come le Goleador all’oratorio? Badate bene, io non difendo Conte a spada tratta come fa Agnelli (che, tra parentesi, se stesse un po’ zitto farebbe un grandissimo favore alla Juve ed allo stesso Conte), ma voglio solo che, se davvero deve essere squalificato, che vi siano quantomeno delle prove concrete e non la sola parola di un calciatore pentito, o qui il problema è che la parola di uno viene ritenuta più attendibile di quella di un altro.

Alla fine non resta che sedersi sul divano e guardare l’inizio del campionato di Serie A, sperando che i giocatori in campo considerino più importante il divertimento del proprio portafoglio… AHAHAHAH meglio guardarsi quel bendiddio di ragazze ventenni che strillano sul rettangolo verde.

Una strana allergia a casa

Credo che alla fine sia proprio questo il punto, l’aver sviluppato una strana allergia a casa, al rimanere a casa, o quantomeno a ciò che reputo tale, quindi un po’ tutta l’area di Lodi comprensiva di persone a me vicine. Questa è casa, certo, ma sebbene sia accogliente e sicura, mi trovo ancora una volta a voler scegliere di lasciarla e andare via per un po’.

Questo po’ è quantificato in 4-5 mesi, ancora non so di preciso, e il dove è Berlino, capitale della Germania, città già visitata in passato con annesso pellegrinaggio allo stadio olimpico dove l’Italia di Lippi vinse i Mondiali di calcio 2006. Ma questa è decisamente un’altra storia.

Questa volta si va lì per lavorare, per trascorrere il periodo di tirocinio obbligatorio previsto dal mio corso di laurea. Sarà qualcosa inerente lo sviluppo web e affini, qualcosa che comunque avrei potuto fare anche qui, in una qualunque azienda italiana di sviluppo web. Perché allora sbattermi, fare sacrifici e complicarmi la vita per questo tirocinio che poteva essere un qualcosa di tranquillo dietro casa?

Come dicevo, io la vedo un po’ come una strana allergia a casa, alla monotonia e alla linearità che ho rimanendo qui. Non so che opportunità avrò nel mio futuro, magari dovrò stabilizzarmi per lungo tempo in un luogo a causa del mio lavoro, e inoltre ho passato 20 anni della mia vita qui nella pianura padana. Quindi ora, ma anche più avanti, voglio sfruttare tutte le possibilità che mi vengono offerte, se ci sono i presupposti, perché non potrei mai perdonarmi di essermi fatto sfuggire l’occasione di provare nuove esperienze, di conoscere altra gente e modi diversi di pensare, lavorare, vivere.

Non è solo per il tirocinio obbligatorio, per i 21 crediti che comporta. Non è neppure per l’importanza che questa esperienza avrà nel mio curriculum. È per me.

Il ritorno

Ieri sono tornato da una 4 giorni a Helsinki, la città del mio Erasmus. Il motivo era molto semplice, nonché curioso: Niko, il ragazzo che mi ha fatto da tutor durante tutta la durata del mio periodo di studio in Finlandia, si è sposato e mi ha invitato al suo matrimonio e, ovviamente, non potevo mancare.

E’ stato strano tornare là, i sentimenti che ho provato erano decisamente contrastanti. Da un lato era come se non me ne fossi mai andato: Helsinki era così familiare, tutto come l’avevo lasciato 6 mesi fa, stessi posti, stessa atmosfera ma, e questa è l’altra faccia della medaglia, senza le stesse persone. A eccezione di Niko e Juuli, un’altra ragazza finlandese, i miei amici non c’erano più, perchè anche loro come me sono tornati a casa, nel loro paese e, da questo punto di vista, la Finlandia che conoscevo io, oramai, non c’è più.

Nonostante questo è stato davvero bello tornare, il matrimonio è stato fantastico e con lui tutte le persone che hanno passato con me la giornata, parlando inglese tutto il giorno solo perchè c’ero io. Davvero grandi.

Ci tornerò ancora, in Finlandia. Troppe cose mi mancano e ognuna di queste è un buon motivo per tornare là. La prossima volta, però, mi piacerebbe farlo accompagnato dalle persone che hanno reso il mio Erasmus epico.

Assistenza tecnica

Internet non va. Accedo al router e vedo che non riesce a prendere la linea ADSL di Alice. Spegni, riaccendi. Nulla.
Spegni, aspetta un po’, riaccendi. Nulla.

Bestemmie.

Chiamiamo il 187 e aspettiamo 5 minuti buoni con una musica d’attesa decisamente snervante (dove sono finite le belle melodie classiche a mo’ di ascensore?). Sorvoliamo sul fatto che la Telecom, nel bel mezzo di una attesa per supporto a una linea internet, mi consigli di andare in internet per segnalare eventuali guasti. Geniale!

Comunque continuo a fare tentativi di riconnettermi alla linea riscuotendo fallimenti uno dopo l’altro, quand’ecco che sento al telefono “Sta per rispondere l’operatore [codice operatore]”. Manco a farlo apposta, in quel momento internet va. Checculo!

Operatrice: “Salve sono [Nome che mi sono già dimenticato], in cosa posso esserle utile?”
Io: “Guardi, nel momento in cui mi ha risposto internet ha ripreso a funzionare.”
Op: “Ah, benissimo. Bè, mi dica comunque cos’è successo, così magari cerchiamo di capire il problema.”
Io: “Guardi, semplicemente il router non riusciva a connettersi alla linea ADSL.”
Op: “Ma lei è connesso via wifi? Perchè magari è una zona d’ombra…”
Io: [penso] “WTF? Che ca**o centra il wifi? Ti ho detto chiaramente qual era il problema!” [dico] “Sì, ma anche via ethernet da problemi. E’ proprio la connessione alla linea che non andava”
Op: “Ok, perchè sa, noi non diamo supporto per il wifi…”
Io: [penso] “Ma che sei scema?” [dico] “Ho capito, ma infatti il problema era della linea, non del wifi.”
Op: “Ok, comunque la prossima volta faccia delle prove accendendo e spegnendo il modem”
Io: [penso] “Nooo, ma va? Cavolo non c’avevo proprio pensato!” [dico] “Grazie, buona giornata!”

Mi trovo di fronte a una domanda a cui pochi probabilmente sanno rispondere: gli operatori sono idioti di natura oppure lo diventano a seguito degli utenti, ancora più idioti, che servono ogni giorno? O magari, più semplicemente, me li becco tutti io…